Domenico Cimarosa: da Aversa a Vienna passando per la corte da San Pietroburgo

a cura di Lucia Di Bello

Domenico Cimarosa nasce ad Aversa nel 1749. Di umili origini, studia al Conservatorio di Loreto e si forma nell’ambiente del melodramma napoletano di Piccinni, Paisiello, Insanguine, restando, fino al 1781, legato ai teatri di Napoli e di Roma con una serie di intermezzi e opere di taglio e moduli tradizionali, nei quali l’elemento buffo si combina con quella vena patetica e affettuosa che costituisce la caratteristica saliente della scuola napoletana del ‘700.
Del 1779 è il suo primo capolavoro di successo, l’intermezzo L’italiana in Londra, rappresentato a Roma e replicato l’anno successivo alla Scala di Milano. Segue, nel 1781, un’opera buffa per Venezia, Giannina e Bernardone, la cui ricchezza di eventi sentimentali, dall’inquietudine del sospetto e della gelosia all’amarezza dell’onestà misconosciuta, dà concreto rilievo al gioco dei caratteri. Da quel momento Cimarosa è in contatto con i maggiori centri italiani: Genova, Milano, Firenze, Torino.
I tratti personali della sua arte si fanno più decisi: ricordiamo l’arguzia e la fluida disinvoltura della Ballerina amante (1782), non priva di ironia e spunti parodici; l’intensità emotiva del Marito disperato (1785), un dramma giocoso in cui un inatteso clima di fosche evocazioni notturne precorre certi modi del romanticismo; le risorse comiche dell’Impresario in angustie (1786), la cui musica aderisce con finezza alla lingua viva dei dialoghi popolari, riscattando talvolta le logore forme del recitativo secco e dell’aria; la scioltezza del discorso arioso, vivo di implicazioni sentimentali, delle Trame deluse (1786).
Nel 1787 Cimarosa parte per San Pietroburgo dove viene assunto dalla zarina Caterina II, grande appassionata di opere buffe. Nel 1792, sulla via del ritorno si ferma a Vienna ove compone il suo capolavoro: Il matrimonio segreto. L’imperatore Leopoldo II è talmente entusiasta dell’opera da chiederne l’integrale ripetizione la sera stessa della “prima”. Le tenere ansie di due trepidanti e giovanissimi amanti infelici costituiscono le venature liriche della vicenda in un vivacissimo contesto ambientale di pettegole e zitelle. La musica si spande fluida, dal tono intimo della melanconia al brio colorito dei frizzi e delle ciarle, creando una vitale continuità drammatica che assicura a tutti i caratteri, anche ai più caricati, una persuasiva dimensione umana.
Una volta rientrato a Napoli, scrive altre opere buffe tra cui Le astuzie femminili (1794), in cui le scontate spigolosità di una commedia d’intrigo si temperano in un clima di delicate inquietudini. Del 1797 sono Gli Orazi e i Curiazi, la più pregevole delle sue non numerose tragedie per musica, nella quale sono evidenti i sentimenti repubblicani di Cimarosa. Coinvolto nella rivoluzione napoletana di fine settecento, viene arrestato e dopo circa quattro mesi di carcere ritorna in libertà grazie ai buoni uffici di alcuni amici influenti.
L’attività operistica di Cimarosa (70 lavori, fra cui ricordiamo l’intermezzo Il maestro di cappella) è costantemente accompagnata dall’interesse per la musica strumentale: 38 sonate per clavicembalo e 81 per fortepiano, diverse cantate, musica sacra e profana vocale. Muore a Venezia nel 1801.
Riferimenti:
• AA. VV., Enciclopedia della Musica, Milano, Garzanti Editore, 1996;
• Antonelli – Rattazzi – Tammaro, Rapsodia, Torino, Edizioni il capitello, 2002.

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